DEVI AVERE PIÙ POLSO CON I POLSI!

17 Novembre 2023 0 Di Stefano Ricchiuti

Continuo a pensare ai polsi…

«Non riesco a tenere le ginocchia morbide. Continuo a pensare ai polsi. Ho paura di non avere… abbastanza polso con i polsi» afferma lo sfortunato Signor Dave “Wallace” nel divertente racconto del 1966 scritto da John Updike, racconto breve intitolato: “Il maestro”.

John Updike

In effetti, al di là delle fisime o delle battute di spirito pronunciate dal personaggio in questione, è altresì vero che questa parte del corpo riveste una certa importanza nella creazione dello swing e nella possibilità di massimizzare la gittata del colpo.

A livello tecnico i polsi dovrebbero iniziare a caricarsi in maniera spontanea nel backswing, non appena l’azione di slancio del take away ha prodotto una velocità della testa del bastone che comincia a superare di molto la velocità delle mani, in modo tale che le articolazioni in questione siano per forza di cose costrette a flettersi su loro stesse. Di solito questo gesto ha inizio nel momento in cui le mani del golfista si trovano di fronte alla coscia destra nel corso della salita, tuttavia questo principio di base non implica che non possano esistere talune preferenze o personalizzazioni.

Polsi particolari…

Storicamente vi sono stati infatti giocatori che hanno preferito caricare i polsi piuttosto in anticipo nel backswing, come ad esempio il grande asso spagnolo Severiano Ballesteros; [1] oppure, al contrario, abbiamo assistito ad altri golfisti che hanno optato per metterli in azione molto più in ritardo, come tra gli altri lo statunitense Davis Love III. E infine, perché no, c’è addirittura chi ha considerato un buon momento per massimizzarne l’azione nientemeno che l’inizio del downswing, com’é il caso del nostro italianissimo Edoardo Molinari.

Insomma, prima o dopo i polsi vanno in qualche modo caricati, e questo poiché sarebbe davvero deleterio rinunciare ai benefici apportati dalla loro azione.

Una palla più lunga, più alta, con una maggiore energia e con un angolo d’atterraggio più pronunciato nei colpi corti, sono solo alcuni degli effetti immediatamente riscontrabili non appena si risveglia un’azione che magari è stata inibita per anni.

È inoltre vero che il loro caricamento viene ulteriormente massimizzato attraverso quello che è stato definito come il lag di inizio downswing, ma qui si entra in un ambito un po’ troppo tecnico e che non è il tema principale di questo articolo.

D’altronde è meglio agire per gradi e partire dal migliorare inizialmente una buona azione di salita, per poi prendere confidenza col gesto ed essere via via più decisi e pronti ai successivi cambiamenti.

Polso e swing

Polso e swing

Questo ce lo insegnano bene ancora il nostro Signor Wallace e il suo maestro:

«Con calma, signor Wallace. Quella pallina non intende andarsene da nessuna parte da sola, così che fretta ha?»

«Voglio suonargliele di santa ragione, a quella bastarda» dico io. Mi ci sono volute duecento lezioni per raggiungere un tale livello di franchezza.

Eh sì, talvolta un po’ di autentica e liberatoria franchezza Ci Sta!

 

 

[1] https://youtu.be/WxkdMIViGPs?si=QAlSjXGepjaW74jI

 

 

Bibliografia:

– John Updike, Sogni di golf, Guanda, 1998

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Autore

  • Stefano Ricchiuti

    Ricordo che quando ero bambino irridevo chi si dedicava al gioco del golf, così per come lo potevo osservare in televisione in quelle prime e rarissime trasmissioni condotte dai veri precursori mediatici del nostro sport in Italia. Poi passò qualche anno e, rivedendo casualmente quegli strani movimenti sul piccolo schermo, improvvisamente, così, dal nulla, rimasi folgorato. Più che di un colpo di fulmine si trattò di un vero e proprio colpo di golf, o perlomeno di alcune mie prime fantasie a riguardo, di me che ad esempio tiravo un ferro medio dal centro di un qualche fairway, producendo una palla con un leggero fade che poi atterrava dolcemente sul green, sparendo in quella lontana buca segnalata dall’asta e dal garrire del suo drappo purpureo. Non ho mai giocato a golf per hobby, questo va detto: da quel fatidico giorno decisi che avrei voluto diventare un professionista, e che mi sarei allenato anche fino allo sfinimento per riuscirci. Il caso ha voluto che il quarto e ultimo giorno della famigerata prova per essere ammessi alla Scuola Nazionale Professionisti ritrovai nel mio terzetto proprio il mitico Andrea Benassi, ragazzo che ai tempi conoscevo molto poco. Quel giorno, ricordo, non c’era molto tempo per sorridere, proprio poiché la tensione e la posta in palio si davano da fare per divorare la tempra dei vari giocatori. Eppure, dopo anni, eccoci qui! Per ciò che riguarda la mia carriera da professionista e da insegnante mi verrebbe per prima cosa da ringraziare le infinite e belle persone che ho incontrato lungo il mio percorso di crescita. Il fatto è che l’elenco sarebbe davvero troppo lungo, e il rischio di dimenticarne qualcuna troppo grosso. Personalmente cerco comunque sempre di farlo in privato, poiché doveroso. Su di me posso ancora dire di aver scritto tre libri sulla tecnica e sull’aspetto mentale del golf, avendo la fortuna di essere stato pubblicato in due occasioni dalla casa editrice di sport più importante in Italia. Con tutti e tre i manuali ho potuto raggiungere il primo posto in classifica tra i 100 bestseller di settore su Amazon, e per uno di essi (ovvero per: “I 50 migliori esercizi per un grande golf”) ho ricevuto la menzione speciale da parte del CONI, del Presidente Malagò e del Presidente della FIG Franco Chimenti, evento che in settant’anni non era mai accaduto a un testo sul golf ed onore che in passato aveva riguardato protagonisti e penne famose del giornalismo, come quelle di Faustino Coppi e di Gianni Clerici. Sono stato opinionista e ospite in alcune trasmissioni televisive e radiofoniche, ho gestito per tre anni un campo in Piemonte, e nel corso della mia carriera ho aiutato più di un allievo nel proprio percorso di passaggio al professionismo. Ritengo da sempre questo sport come una scuola di vita: la più frustrante ma magnifica esperienza che si possa provare.