VOGLIO TIRARE PIÙ LUNGO!

16 Febbraio 2024 0 Di Stefano Ricchiuti

Tirare più lungo, il sogno di molti.

Tirare più lungo… Quante volte i maestri si sono sentiti rivolgere questa richiesta dai loro allievi.

Prima di inoltrarci tra i meandri della tecnica, tuttavia, è doveroso mettere l’accento su alcuni elementi preliminari che di per sé possono contribuire ad allungare la portata dei nostri colpi, quindi tirare più lungo.

Lo stretching, ad esempio, è uno degli elementi base per far sì che l’elasticità muscolare funzioni al meglio, in concerto con una mobilità articolare che ci consenta di eseguire con facilità tutti i gesti e gli elementi cardine dello swing.

A corollario di ciò, un allenamento funzionale in palestra (ancor meglio se legato al celebre TPI, Titlest Performance Institute) può di certo aggiungere alcuni metri ai colpi col driver così come, allo stesso modo, può farlo un’attrezzatura appropriata e che sia adatta alle caratteristiche personali del giocatore (shaft con giusta flessibilità e peso, palline adatte alla velocità dello swing, ecc.)

Detto ciò è ora possibile trattare di tutti quegli aspetti tecnici capaci di far guadagnare metri ai nostri colpi.

Ma come tiriamo più lungo?

Innanzitutto sarà opportuno controllare il modo con cui impugniamo il bastone, in particolar modo il grip della mano sinistra, verificando che il bastone sia collocato sufficientemente verso le dita e non lungo il palmo, questo per aumentare la distanza tra l’impugnatura e l’articolazione del polso, così da massimizzare l’escursione del bastone nel corso dello swing (detto in parole più semplici: i polsi potranno caricarsi al massimo del proprio potenziale).

In secondo luogo sarà necessario verificare che nel backswing le spalle possano ruotare di circa 90/95 gradi rispetto alla linea di tiro, con i fianchi ruotati a loro volta all’incirca di 45 gradi (e tale differenza di rotazione con la parte alta del corpo sarà ottimale per massimizzare la cosiddetta “carica di torsione”, senza compromettere nel contempo la mobilità complessiva del giocatore).

Ancora: le braccia dovranno sollevarsi nel backswing per poi abbassarsi rapidamente nella discesa, in concerto con un’azione dei polsi che raggiungerà i 90 gradi di flessione al top della salita, flessione che verrà mantenuta almeno sino a metà del downswing per non incorrere così nel famigerato “casting”, ovvero nel lancio prematuro della testa del bastone che è una delle cause principali della perdita di potenza.

L’importanza del giusto downswing per tirare più lungo.

Proprio a tal proposito è importante non dimenticare il concetto di sequenza: è indispensabile infatti che il downswing venga effettuato abbassando subito le braccia e “srotolando” lentamente il corpo dal basso verso l’alto, sentendo come la forza dei piedi, delle ginocchia e dei fianchi fungano da traino per la parte alta del tronco e per le spalle, le quali entreranno in gioco solo pochi istanti prima del contatto con la palla.

Fondamentale sarà ancora controllare che la traiettoria della testa del bastone, nel downswing, sia una traiettoria in piano o leggermente più dall’interno del dovuto, questo poiché una discesa errata e del tipo out-to-in – ovvero un passaggio che taglia la linea di tiro e produce tendenzialmente uno slice – riduce di molto il cosiddetto smash factor (la reale energia trasferita dalla testa del bastone alla palla) facendo somigliare il nostro colpo a una volee del tennis, e quindi a un colpo debole e smorzato.

Trasferimento del peso.

Anche il trasferimento del peso ha poi la sua importanza: all’apice del backswing dovreste avvertire come una piccola parte del peso (e una relativa sensazione di tensione muscolare) si sia trasferita verso l’interno della coscia destra, per poi spostarsi verso l’interno della coscia sinistra al momento dell’impatto.

E infine, verificato e assimilato tutto ciò, ecco ancora cosa risulta essere assolutamente indispensabile: dimenticare finalmente i tanti, troppi – seppur inizialmente imprescindibili – elementi tecnici, per imparare a far viaggiare il bastone alla massima velocità possibile nell’area d’impatto [1] (e in questo caso potrebbe essere utile verificare i propri progressi attraverso un misuratore della velocità della testa del bastone).

A tutti gli effetti un aumento di anche solo (solo si fa per dire!) 15 metri nella gittata dei colpi è come se accorciasse un campo di 18 buche di 540 metri totali, consentendoci tra l’altro di giocare ferri più corti e più facili nel momento dell’approccio al green.

In questo modo, inutile dirlo, il golf cambia, la vita cambia.

 

[1] https://youtu.be/kFtmbGnFVlQ?si=RQUCTe1jIvHPzHuR

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Autore

  • Stefano Ricchiuti

    Ricordo che quando ero bambino irridevo chi si dedicava al gioco del golf, così per come lo potevo osservare in televisione in quelle prime e rarissime trasmissioni condotte dai veri precursori mediatici del nostro sport in Italia. Poi passò qualche anno e, rivedendo casualmente quegli strani movimenti sul piccolo schermo, improvvisamente, così, dal nulla, rimasi folgorato. Più che di un colpo di fulmine si trattò di un vero e proprio colpo di golf, o perlomeno di alcune mie prime fantasie a riguardo, di me che ad esempio tiravo un ferro medio dal centro di un qualche fairway, producendo una palla con un leggero fade che poi atterrava dolcemente sul green, sparendo in quella lontana buca segnalata dall’asta e dal garrire del suo drappo purpureo. Non ho mai giocato a golf per hobby, questo va detto: da quel fatidico giorno decisi che avrei voluto diventare un professionista, e che mi sarei allenato anche fino allo sfinimento per riuscirci. Il caso ha voluto che il quarto e ultimo giorno della famigerata prova per essere ammessi alla Scuola Nazionale Professionisti ritrovai nel mio terzetto proprio il mitico Andrea Benassi, ragazzo che ai tempi conoscevo molto poco. Quel giorno, ricordo, non c’era molto tempo per sorridere, proprio poiché la tensione e la posta in palio si davano da fare per divorare la tempra dei vari giocatori. Eppure, dopo anni, eccoci qui! Per ciò che riguarda la mia carriera da professionista e da insegnante mi verrebbe per prima cosa da ringraziare le infinite e belle persone che ho incontrato lungo il mio percorso di crescita. Il fatto è che l’elenco sarebbe davvero troppo lungo, e il rischio di dimenticarne qualcuna troppo grosso. Personalmente cerco comunque sempre di farlo in privato, poiché doveroso. Su di me posso ancora dire di aver scritto tre libri sulla tecnica e sull’aspetto mentale del golf, avendo la fortuna di essere stato pubblicato in due occasioni dalla casa editrice di sport più importante in Italia. Con tutti e tre i manuali ho potuto raggiungere il primo posto in classifica tra i 100 bestseller di settore su Amazon, e per uno di essi (ovvero per: “I 50 migliori esercizi per un grande golf”) ho ricevuto la menzione speciale da parte del CONI, del Presidente Malagò e del Presidente della FIG Franco Chimenti, evento che in settant’anni non era mai accaduto a un testo sul golf ed onore che in passato aveva riguardato protagonisti e penne famose del giornalismo, come quelle di Faustino Coppi e di Gianni Clerici. Sono stato opinionista e ospite in alcune trasmissioni televisive e radiofoniche, ho gestito per tre anni un campo in Piemonte, e nel corso della mia carriera ho aiutato più di un allievo nel proprio percorso di passaggio al professionismo. Ritengo da sempre questo sport come una scuola di vita: la più frustrante ma magnifica esperienza che si possa provare.